ABITO

4 Giu 2014
Regia Roberto Bacci e Anna Stigsgaard
Con Elisa Cuppini, Savino Paparella, Francesco Puleo, Tazio Torrini
coro in bicicletta Valentina Bechi, Alice Casarosa, Chiara Coletta, Simone Evangelisti, Julia Filippo, Alice Maestroni, Irene Rametta, Silvia Tufano, Cristina Valota, Sara Morena Zanella
Drammaturgia Stefano Geraci e Roberto Bacci
arrangiamenti musicali Anna Stigsgaarde Clio Gaudenzi
training fisico Clio Gaudenzi
preparazione e direzione fisica del coro Elisa Cuppini
Scene e costumi Márcio Medina
pitture di scena Sergio Seghettini
aiuto pitture di scena Maria Cristina Chierici
realizzazione costumi Patrizia Bonicoli
creazione luci Fabio Sajiz
Direzione artistica Sergio Zagaglia
allestimento tecnico Stefano Franzoni e Giovanni Berti
fabbro Leonardo Bonechi
Foto di scena Roberto Palermo
grafica SocialDesign
Produzione Fondazione Pontedera Teatro
ABITO

ispirato a
“Il libro dell’inquietudine”
di Fernando Pessoa

Compagnia Laboratorio di Pontedera

debutto 20 ottobre 2010
 

E MI SONO VISTO

Stamattina un altro ha indossato il mio abito, è uscito di casa ed ha preso il mio posto nel mondo.
Io sono uscito dalla mia unica finestra, una finestra che dà sull’inizio della stelle.
Così sono stato un altro, per un po’ di tempo.
Mi sono smarrito per le strade della  città mentre la mia casa e la mia vita erano abitate da un altro, a me sconosciuto. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, in mezzo alla moltitudine, è affiorata alla mia coscienza la consapevolezza di essere vissuto sempre travestito da un’altra persona, di aver sofferto e gioito come può farlo qualcuno che non conosco.
È stato solo un attimo, e mi sono visto.
Abito, ispirato a “Il libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa, è la semplice storia di un uomo qualunque, uno di noi, che, invece di indossare la sua vita d’ordinanza, esce dalla finestra della propria casa e si perde per le strade del suo mondo quotidiano che non riconosce e che non lo riconosce.
Che cosa sta cercando?
Si “salverà”?

È nella potenzialità dell’uomo la possibilità di perdersi per cercare un senso alla nostra esistenza oltre la vita quotidiana, senza rincorrere fantasmi o immaginare religioni?
Dopo alcuni anni di convivenza con un libro di per sé intraducibile sulla scena, se non con un dichiarato tradimento, Abito è divenuto un omaggio necessario a quel grande poeta e scrittore portoghese che sembra sempre più nostro contemporaneo a mano a mano che le sue opere (e quelle dei suoi eteronimi) sono riscoperte e pubblicate dagli studiosi.
La Lisbona di un piccolo impiegato impegnato a tradurre lettere commerciali per una ditta di spedizioni risuona delle musiche e dei canti di questo spettacolo, musiche e canti che si mescolano all’indaffarato via vai di dodici biciclette che rendono vivo e continuamente mobile lo spazio dell’azione.
Insieme ad Anna Stigsgaard, abbiamo affiancato ai quattro interpreti della Compagnia Laboratorio, undici giovani attori per dare corpo, tutti insieme, all’universo del nostro racconto. Un piccolo universo che prende vita in un grande spazio scenico che è, a ben vedere, la nostra Lisbona quotidiana.

Roberto Bacci

“Mi sono affacciato alla finestra altissima sulla strada che ho guardato senza vederla. L’intera mia vita, i miei ricordi, la mia immaginazione e ciò che essa contiene, la mia personalità: tutto mi si evapora. Continuamente sento che sono stato altro, che ho sentito altro, che ho pensato altro. È stato solo un attimo, e mi sono visto”

Fernando Pessoa

 

MIRAGGI DI UNA VITA IMPROPRIA

Gli eteronimi, diceva Pessoa, erano uno stato mentale che anziché toccare la vita sociale, esplodevano dentro di lui dando corpo ai suoi autori fittizi.
Erano – aggiungeva – una tendenza organica. Non nascevano solo dalla mente, ma nella mente trovavano ricetto e riparo.
Naturalmente anche noi nella vita quotidiana cerchiamo di tenerci ben stretti a quella che chiamiamo la nostra identità, il nostro carattere, emanazioni, a «titolo personale», della coscienza.
Oggi i neuroscienziati ci raccontano le infinite peripezie con cui il cervello si dà da fare per consegnare incessantemente all’individuo la passeggera certezza di una coscienza. Ci serve, dicono, per sopravvivere, e la maggior parte di loro è convinta che la coscienza abbia una base organica. Non fosse per questo, saremmo una macchina abnorme che produce eteronimi. È sufficiente un’alterazione, più o meno profonda, per ritrovarci nello stato di una «sola moltitudine», quella tendenza organica che Pessoa riusciva a contenere e trasformare nella poesia degli autori fittizi.
Abito è uno spettacolo fondato sulla scommessa di rendere visibile l’eteronimia latente in ciascuno di noi.
È questo il «dramma» che abbiamo voluto presentare.
Un corpo-orchestra di undici giovani attori in bicicletta fa da coro a una storia vissuta da un individuo sorpreso, in un giorno qualunque, dall’intermittente, baluginante tendenza all’eteronomia.
Scosso dal minuscolo abisso che lo ha per un momento inghiottito, va alla ricerca dell’autore di quella «impropria» vita: un naufrago attirato, consolato, blandito dalle promesse, il fragile soccorso e la fuggevole compassione offerti dai provvisori compagni che, dopo aver attraversato il suo cammino, lo abbandonano con sprezzante misericordia, in quel piccolo mare sconosciuto.
Se questo è il dramma, lo spettacolo si cerca continuamente altrove. Nelle immagini e nei canti suscitati dagli angoli in penombra della città, negli echi delle parole di Pessoa, nelle apparizioni notturne del piccolo naufrago sfollato dalla sua casa, negli squarci di vite traballanti e da poveri cristi dei fortuiti compagni, nel miraggio di quella muta consolazione su cui si chiude per sempre lo sguardo del nostro smarrito protagonista.

Stefano Geraci

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