Una partita a carte tra quattro ciechi, al confine della nostra notte
Da un'idea di Michele Santeramo e Roberto Bacci
Drammaturgia Michele Santeramo
Con Sebastian Barbalan, Michele Cipriani, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Tazio Torrini
Musiche Ares Tavolazzi
Regia Roberto Bacci
Produzione Fondazione Teatro della Toscana
Dove:
Pontedera / Teatro Era
ALLA LUCE @ Pontedera / Teatro Era

Due coppie di ciechi raggiungono il luogo in cui si gioca la “partita” per poter vedere.
Un croupier gestisce il gioco le cui regole si trovano in un libro dal titolo: ALLA LUCE.
Una coppia è formata da marito e moglie il cui drammatico conflitto verrà svelato dal gioco; l’altra coppia è composta da due fratelli, il più anziano dei quali trascina con sé il più giovane, come possibile vittima, per poter riacquistare la vista. Le prove da superare durante la partita potranno rendere la vista ai giocatori, ma per ciascuno di essi, il possibile ritorno alla luce, indicherà un diverso destino.
Rivalità, Tradimento, Crudeltà, Disprezzo, Violenza, Prevaricazione, Paura della Morte, sono le sette prove che nel libro ALLA LUCE sono descritte come gli ostacoli da superare per poter dimostrare il controllo delle proprie emozioni negative.
Sembrano esperienze rare, pressoché escluse dalla nostra vita quotidiana, in cui il nostro operare o il nostro punto di vista su ciò che ci circonda è da noi percepito sempre come “giusto” o, almeno, “giustificato”.
Roberto Bacci

Una mattina d’estate io e Roberto Bacci ci siamo seduti al tavolo di plastica di un bar di Lari, dove era in corso il festival Collinarea, e ci siamo guardati per un po’.
Faceva caldo, io avvertivo distintamente i postumi di una serata alcolica, Roberto mi guardava con il suo sguardo chiaro, qualche signore commentava la temperatura e le bellezze, fisiche, del festival, c’era silenzio e sembrava che non sarebbe mai successo niente.
Invece Roberto disse: uno scopone scientifico.
Restammo lì ad aspettare che ci venisse servito il caffè, con quelle uniche parole pronunciate ad aleggiare sul tavolo di plastica e nel sole di Lari.
Qualche giorno prima ci eravamo confessati il desiderio di fare uno spettacolo insieme, e la mattina giusta per discuterne era arrivata.
Roberto aggiunse: quattro ciechi giocano a scopone, per tornare a vedere.
Io stavo là con l’aria di chi aveva capito tutto, sorseggiavo il caffè al ghiaccio e provavo a smettere di sudare mentre cercavo di assumere uno sguardo intelligente. Finito il caffè ci alzammo, ci salutammo, e ci demmo appuntamento a qualche giorno più in là. Prima di andare via, sentii le parole che mi avrebbero gettato in una valle di lacrime: dobbiamo fare uno spettacolo che insegni qualcosa a noi.
Ecco, a posto, sedotto e abbandonato.
Chiamai mia moglie, le dissi quel che era successo, lei mi rispose che era contenta ma che aveva da fare, ne avremmo riparlato. Chiamai altre persone con cui condividere quella notizia, ma tra chi mi rispondeva da una spiaggia, chi da una nave in viaggio, dovetti rassegnarmi: erano problemi miei. Quattro ciechi giocano a carte, chi vince vede.
Questo è il momento più bello e più difficile per chi fa il mio mestiere, è il momento in cui si aprono mille possibilità, e tutte le difficoltà del mondo cominciamo ad affollare la fantasia. La soluzione però è sempre semplice: c’è da mettersi a scrivere, tutto qua.
Ho sempre pensato che siano i personaggi a raccontare, con la loro vita, le tematiche di cui si vuole parlare, quindi cominciai a mettere su carta questi quattro giocatori. Ci accorgemmo presto che sarebbe stato necessario un quinto personaggio, a condurre il gioco.
Ogni volta che ho in mente l’idea di uno spettacolo, vado sulla murgia a trovare Piero Castoro. Professore di filosofia, principale responsabile dell’esistenza del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, amico carissimo. Gli raccontai brevemente quel che avevo in mente, lui come al solito mi disse di non avere nulla da dire sull’argomento e poi parlò per due ore citando Giordano Bruno e Camus.
Le prime bozze del testo non erano ancora pronte quando, il 16 dicembre, io e Roberto, partendo da due lontananze d’Italia, facemmo media ad Ortona, dove ci aspettava Augusto Timperanza. Qualche mese prima aveva deciso che la sua nuova vita era in quel paese d’Abruzzo, lui settentrionale, e aveva preso una casa in affitto senza nemmeno averla visitata. Dalle finestre di casa sua si vede l’adriatico, e quella vista sembra la promessa di un altro viaggio. Ci spiegò, in qualche ora, quale dovesse essere il centro della partita: i quattro ciechi, per tornare a vedere, avrebbero dovuto dimostrare di aver imparato a governare le emozioni. Vedere poteva significare questo: saper governare le emozioni. Augusto spiegava dottamente come il sentimento sia una rappresentazione, introduceva temi alti, citava fonti antichissime, e io affogavo sempre di più nell’adriatico.
I personaggi però mi davano una mano, come sempre. Cominciavo a riconoscerli, a saperli ascoltare, li sentivo palpitare, e non erano più quattro ciechi, cominciavano ad essere individui, ciascuno con la sua storia, i suoi desideri, le sue volontà.
Siamo tornati ad Ortona in primavera, quando il testo aveva già una sua forma più compiuta. Eravamo però nella fase in cui sembrava che la metafisica stesse prendendo il sopravvento, a discapito della carne di questi personaggi in scena. Era solo un passaggio necessario, bisognava lasciarsi andare in quelle informazioni, perdersi, non smettere mai di scrivere, e avere pazienza. Il lavoro con Roberto continuava assiduamente, gli scambi di informazioni, suggestioni, bozze del testo, erano frequentissime, intervallate da incontri nel suo ufficio a Pontedera, dove una scacchiera immobile attendeva il ritorno di un amico, e il fumo del suo sigaro e delle mie sigarette rendeva sempre confusi i contorni delle cose.
Poi Roberto è tornato dalla Romania, dove ha allestito il suo Giardino dei Ciliegi, e mi ha chiamato per dirmi: ho capito che ciascun personaggio deve rappresentare un pezzo compiuto di tutta l’umanità.
Benissimo, stavo per emigrare e far perdere le mie tracce per sempre. Ma cosa avrebbe detto mia moglie? E come avrei spiegato l’improvvisa scomparsa ai miei nipoti? Non c’era via di scampo: dovevo scrivere.
La data di inizio delle prove incombeva: il primo giugno non ci sarebbe stata nessuna possibilità di rimandare la consegna. La soluzione era sotto i miei occhi, avevo solo bisogno di uno sguardo più lontano per riconoscerla. Lasciai da parte il testo per qualche giorno, lo ripresi poco prima della consegna, quando la carne dei personaggi aveva risucchiato i temi e le storie personali contenevano ormai le nostre chiacchierate. Bisognava precisare il finale, trovare una frase e il testo sarebbe stato pronto.

Il titolo è “Alla Luce”.
Spero restituisca, con leggerezza, un po’ delle cose che ho imparato scrivendolo.

Michele Santeramo

Calendario

– 30 e 31 ottobre 2015, Città del Teatro, Cascina

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Dove:
Pontedera / Teatro Era
ALLA LUCE @ Pontedera / Teatro Era

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