L’Abisso

16 Feb 2019
Di e con Davide Enia
Musiche composte ed eseguite in scena da Giulio Barocchieri
Spettacolo tratto da Appunti per un naufragio (Sellerio Editore)
Produzione Teatro di Roma, Teatro Biondo Stabile di Palermo, Accademia Perduta/Romagna Teatri
In collaborazione in collaborazione con Festival Internazionale di Narrazione di Arzo
Foto Gianluca Moro
Durata 80 minuti
Orari
ore 21.00
L'Abisso

Davide Enia con il gesto, il canto, il cunto nel nuovo lavoro L’Abisso affronta il mosaico di questo tempo presente, la crisi, e racconta ciò che sta accadendo a Lampedusa, punto di incontro tra geografie e culture differenti. Lampedusa appare come metafora di un naufragio, personale e collettivo. Enia attinge ai suoi Appunti per un naufragio (Premio Mondello 2018) per raccontare un’esperienza indicibile: lo spaesamento, la sofferenza e la rabbia che affiorano difronte alla tragedia contemporanea degli sbarchi sulle coste del Mediterraneo.
Una produzione Teatro di Roma, Teatro Biondo Stabile di Palermo, Accademia Perduta/Romagna Teatri.

“Il primo sbarco l’ho visto a Lampedusa assieme a mio padre. Approdarono al molo in tantissimi, ragazzi e bambine, per lo più.
Io era senza parole. Era la Storia quella che ci era accaduta davanti. La Storia che si studia nei libri e che riempie le pellicole dei film e dei documentari.
Ho trascorso molto tempo sull’isola per provare a costruire un dialogo con i testimoni diretti: i pescatori e il personale della Guardia Costiera, i residenti e i medici, i volontari e i sommozzatori. Rispetto al materiale che avevo precedentemente studiato, in quello che stavo reperendo di persona c’era una netta differenza: durante i nostri incontri si parlava in dialetto. Si nominavano i sentimenti e le angosce, le speranze e i traumi secondo la lingua della culla, usandone suoni e simboli. In più, ero in grado di comprendere i silenzi tra le sillabe, il vuoto improvviso che frantumava la frase consegnando il senso a un’oltranza indicibile. In questa assenza di parole, in fondo, ci sono cresciuto. Nel Sud, lo sguardo e il gesto sono narrativi e, in Sicilia, «‘a megghiu parola è chìdda ca ‘un si dice», ovvero la miglior parola è quella che non si pronuncia.
Ne L’abisso si usano i linguaggi propri del teatro (il gesto, il canto, il cunto) per affrontare il mosaico di questo tempo presente.
Quanto sta accadendo a Lampedusa non è soltanto il punto di incontro tra geografie e culture differenti. È per davvero un ponte tra periodi storici diversi, il mondo come l’abbiamo conosciuto fino a oggi e quello che potrà essere domani. Sta già cambiando tutto. E sta cambiando da più di un quarto di secolo”.
Davide Enia


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