L’OSPITE SEGRETO

5 Giu 2014
Con Cacá Carvalho e Joana Levi
Drammaturgia Stefano Geraci
Regia Roberto Bacci
Collaborazione artistica e assistenza musicale Anna Stigsgaard
Scene e costumi Márcio Medina
Realizzati da Sergio Seghettini
Foto di scena Ippolia Franciosi
Luci Fábio Retti
Produzione Casa Laboratorio para as Artes do Teatro 2009
L'OSPITE SEGRETO

Un ‘attore’ fugge da teatro per chiudersi nella propria casa con il suo segretario. È perseguitato da “presenze” trasparenti e diafane che là, tra le quinte e nei camerini, si aggirano implorando gli attori di comunicare con loro per poter svelare il segreto della loro esistenza. Malgrado questo esilio volontario, quelle ombre continuano a perseguitarlo anche nella propria casa fino a prendere corpo, per poi scomparire.
Chi sono? Quale messaggio vogliono trasmettere? È un messaggio che riguarda solo l’attore?
Lo spettacolo prende spunto dalle riflessioni e dai consigli che il grande attore e regista Louis Jouvet trasmette ai giovani allievi della Comédie Francaise negli anni in cui ne fu il direttore. Si potrebbero dire consigli su come affrontare il “personaggio”, ma, in realtà, il grande maestro francese affronta temi che si aprono ad una riflessione più profonda su noi stessi e sulla nostra attitudine davanti al “personaggio che quotidianamente incarniamo”: su come è stato costruito e su come la comprensione di quella costruzione può renderci maggiormente consapevoli del nostro funzionamento come esseri umani.
Jouvet, parlando del mestiere dell’attore, affronta nella sostanza il tema del rapporto tra la nostra personalità e la nostra essenza. Percorre cioè la distanza tra il ”come siamo stati costruiti dagli altri e dalle circostanze” e ciò che potenzialmente saremmo come “esseri unici”, se fossimo liberi di crescere e di modificarci secondo la nostra “essenza” e non sottomessi alle leggi dell’educazione familiare e sociale.
Durante lo spettacolo l’Attore gioca e riflette sul proprio mestiere e sulla propria condizione, ma l’ombra dell’essenza del personaggio che non vuole incarnarsi, che si dichiara “disincarnato” per poter restare vivo in tutte le sue potenzialità, lo perseguita, aprendo una ferita che parte dall’attore-interprete per arrivare fino allo spettatore-uomo.
Dice il Personaggio all’Attore: ”Voi volete ancora recitarmi… le Vostre incarnazioni non mi riguardano, io sono disincarnato”.
Qualcuno o qualcosa, dentro di noi, potrebbe ripetere le stesse parole, rifiutarsi di essere trascinato, magari sentendo evocare il proprio nome, negli automatismi della propria personalità.
Esiste un personaggio che incarno ogni giorno davanti al mondo ed un personaggio disincarnato, nascosto dentro di me che non riesco più a sentire e quindi a far vivere?
È questo l’Ospite Segreto?
Il teatro può cercare di risvegliarlo sulla scena, ricordandone l’esistenza e la fragilità.

Roberto Bacci

Una commedia sciagurata

 Il Personaggio: un ospite segreto.

Odiato o amato l’attore comincia a intravederne lentamente i dettagli. Un modo di muovere la bocca, il sorriso, un tic,una andatura ricorrente,una voce affrettata o forse un po’ stridula. Ecco allora apparire il modo in cui è vestito, e un particolare, casomai trascurabile, una giacca leggermente troppo larga, dei polsini ribelli, un impercettibile non so che, comincia a  illuminare il contorno di una intera creatura. Il Personaggio allora viene incontro all’attore, tenendosi ancora un po’ in disparte, corrucciato, ansioso o accorato. C’è qualche dettaglio decisivo ancora ignorato o trascurato. Se è impaziente invece, può presentarsi sfacciatamente all’attore, spesso a un’ora e in un momento imprevisto, quando l’attore è impegnato in tutt’altro. Lo rimprovera e lo blandisce, si rammarica della presentazione troppo prematura che l’attore ne ha fatto o sta per farne sulla scena. Gli racconta quanto anche lui, indovinando la stessa sofferenza nell’attore, possa patire nell’essere trascinato davanti agli spettatori senza quel respiro, quel pulsare vivo nel sangue, dolorosamente incompleto per un paio d’ore. Può capitare, talvolta, che quell’esperienza lo ferisca per molto tempo fino a quando, disperato per quell’incomprensione, decide di scrivere all’attore una lettera raccontandogli quando gli siano lontane le piccole abitudini che l’attore gli ha attribuito, mentre certe altre sfumature, cui finora nessuno aveva fatto caso, siano invece essenziali e, per incoraggiarlo, gli mostra la riconoscenza per quello che finora l’attore ha fatto per lui.
Di alcuni celebri attori del passato si racconta che durante l’agonia il loro viso, ormai quasi inerte, fosse attraversato, impercettibilmente ma incessantemente, dalle espressioni dei suoi personaggi. Involontaria memoria muscolare? Un ultimo e riconoscente commiato? La rivelazione di un’intimità sconosciuta a tutti, più forte di quella con gli amici e i familiari che invece ormai non riconoscevano più? Un piccolo anticipo del viaggio nella terra dei morti e degli scomparsi?
Colloqui, consigli, suggerimenti, lettere, dialoghi e confessioni con il Personaggio, affiorano dalle memorie e dagli scritti dei grandi attori di una volta.
Da questa piccola terra sommersa e spesso dimenticata è tratta la materia del nuovo spettacolo interpretato da Cacà Carvalho.
Una prova ardua e inedita perché vissuta in scena sulla soglia dell’intimità, del geloso segreto offerto agli spettatori all’ombra di alcuni grandi personaggi molieriani: Tartufo, Alceste, Argante, Jourdain.
Una prova che, attraverso la trasparenza del corpo da cui emergono le peripezie dell’immaginazione dell’attore, trascende il teatro per dare corpo e voce a quel colloquio con gli scomparsi, di cui è tessuta, silenziosa, inaudita, e talvolta inconsapevole, la trama meno visibile della vita di ciascuno di noi.

Stefano Geraci

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